One day I was sitting in front of Palazzo dei Dogi and I was amazed by its admirable beauty. In that masterpiece by Calendario, I found the example that my architecture endorsed. So I wrote there this short text, pretended to talk to a Rationalist architect. Here I reproduce this simple and Socratic dialogue: - What do you think about this building? - It’s wonderful. - And what about its columns? - They are very beautiful. - As a functionalist architect, wouldn’t you prefer more simple and functional columns? - Yes, I think so. - But if they were more simple and functional, they would not create the wonderful contrast that their curves now set together with the wide and smooth wall they sustain, would they? - That’s true. So, you have to accept that when shape creates beauty, it is justified by beauty itself. O. Niemeyer, Meu Sosia e Eu, Revan, Rio de Janeiro 1992, p. 36. If you try to move from a worthless starting point, the meaning is that you denied a return, the reference to a value, and this denial proves that you entered in an arbitrary condition: since...what do you refer to? Or, if you never go back to anything, what do you base your decisions on? If not on “truth”, or “what is good” or “beauty” or something like this? If you do not consider beauty as a starting point, what can you do? Here the arbitrary comes into play, together with the fact that it has got its own origin and structure. All we have to do is to try to understand it. P. Eisenman, cit. in F. Ghersi, Eisenman 1960-1990. Dall'architettura concettuale all'architettura testuale, Biblioteca del Cenide, Reggio Calabria, 2006, p.75 | | Un giorno, seduto davanti al Palazzo dei Dogi fui sorpreso dalla sua ammirevole bellezza e trovai in quella magnifica opera di Calendario l’esempio che la mia architettura sosteneva. E. lì, ho scritto questo piccolo testo, facendo finta di parlare con un architetto razionalista. Dialogo semplice e socratico che riproduco: - Lei che ne pensa di questo palazzo? - Magnifico. - E delle sue colonne? - Bellissime. . Ma lei, un funzionalista, non preferirebbe le colonne più semplici e funzionali? - Penso di sì. - Ma se fossero più semplici e funzionali non creerebbero allora con le loro curve, lo splendido contrasto che ora stabiliscono con l’ampia parete liscia che sostengono? - E’ vero. - Allora lei deve riconoscere che quando la forma crea bellezza essa ha nella bellezza la propria giustificazione. O. Niemeyer, Meu Sosia e Eu, Revan, Rio de Janeiro 1992, p. 36. Se provi a muoverti da un punto di partenza privo di valore, significa che hai rinnegato il ritorno, il riferimento al valore e questa negazione prova che sei entrato nella condizione dell’arbitrario: perché … a cosa ti riferisci? O se non torni su qualcosa, su cosa basi le tue decisioni? Se non sulla “verità”, o su “ciò che è buono”, o sulla “bellezza” o su qualcosa del genere. Se non consideri la bellezza come un’origine, cosa fai? E’ qui che entra in gioco l’arbitrario ed il fatto che esso possiede una sua propria origine ed una sua propria struttura e quello che dobbiamo fare è provare a capirla. P. Eisenman, cit. in F. Ghersi, Eisenman 1960-1990. Dall'architettura concettuale all'architettura testuale, Biblioteca del Cenide, Reggio Calabria, 2006, p.75 | | Un jour, assis devant le Palais des Doges, son admirable béautè m’a surpris et j’ai trové en cette oeuvre magnifique de Calendario, l’exemple que mon architecture soutenait. La j’ai ecri ce petit texte , fesand semblant de parler avec un architecte rationaliste. Dialogue simple et socratique que je rapporte: - qu’est que vous pensez de ce palais? - Magnifique - Et de ses colonnes? - Trés belles - Mais vouz ête un fonctionaliste, préferez vous pas des colonnes plus simples e fonctionelles? - Je pense que oui. - Mais si elles étaient plus simples et fonctionelles elles ne créeraient pas avec leurs détours ce contraste splendide qu’elle ètablient avec la grande paroi lisse qu’elles soutiennent? - C’est vrai. - Allors vous devez reconnaitre que quand la forme crée la beauté elle a dans la beautè même sa propre justification. O. Niemeyer, Meu Sosia e Eu, Revan, Rio de Janeiro 1992, p. 36. Si tu essaie à buger à partir d’un point de départ sans valeur, ca signifie que tu a renié le retour, le point de repère de la valeur et cette négation temoigne que tu est rentré dans la condition de l’arbitraire: pourquoi… à qui est que tu te rapporte? Et si tu ne reviens pas à quelque chose sur quelle base tu prend tes choix? Si c’est pas sur “le vrai”, ou sur “ce qui est bien”, ou sur “la beauté” ou sur n’importe quoi du même genre: si tu ne considère pas la beauté comme une origine, qu’est que tu fait? C’est là que la volonté entre en jeux et le fait qu’elle possède sa propre origine et sa propre structure et ce qu’on doit faire c’est essayer de la comprendre. P. Eisenman, cit. in F. Ghersi, Eisenman 1960-1990. Dall'architettura concettuale all'architettura testuale, Biblioteca del Cenide, Reggio Calabria, 2006, p.75 | |
E' chiaro che non si possa discutere dell'"arbitrario"in sé, ovvero di un agire che per definizione è assolutamente autonomo e personale. Ma credo che si possa parlare di un modo di leggere i luoghi e le architetture che da soggettivo, perchè figlio della cultura, sensibilità ed esperienza di ogni singolo architetto, possa trasformarsi in oggettivo nel momento in cui è risposta chiara ai problemi prima indicati, a cui però altre questioni andrebbero aggiunte, in quanto non si può pensare di chiudere la questione progettuale lì. Detto questo l'interazione tra creatore e fruitore è secondo me essenziale. La definizione di bello e la sua attribuzione ad un'opera realizzata deve poter provenire da ambo le parti, a quel punto il valore diventa doppio, non solo estetico,legato alla forma, ma anche e soprattutto d'uso legato allo spazio. Ogni progetto rappresenta ciò che l’architetto vede, o meglio sceglie, di vedere nella realtà, ma se questa scelta viene compiuta sulla base di una attenta lettura del territorio su cui si sta per intervenire la questione può rovesciarsi e la riconoscibilità dell’opera essere totale. Mi spiego. L’imposizione di una forma, di un segno, che sia slegata dalla realtà che lo circonda, che è solo figlia del personalissimo gusto dell’architetto che lo realizza non può che generare una frattura nel territorio così come nell’immaginario comune che di quel luogo ha storicamente una determinata percezione. Ma se la forma e i segni del nuovo vengono ricercati nell’esistente e l’autonomia dell’architetto si esprime nel suo scegliere quali e quanti di questi valori possono rientrare nel progetto ed essere riutilizzati o reinterpretati in esso, allora credo che da due i punti di vista possano diventare uno,unanimemente condiviso e apprezzato.