Venustas / architettura mercato democrazia: quale ruolo per le scuole di architettura?

 

inglese  italiano  francese 

Let’s think back to the shape and to the idea of beauty, far away from the uncaring crowd who consider television reality shows as the event, the object, the real value, where the world of media puts on this kind of view a quality guarantee, together with its instrumental democratic implications.
Let’s put together all these consumer things to give them a base of new rationality, considering them from the point of view of the contemporary questions on beauty.
This kind of question has got ancient roots and today it invests all the theoretical and disciplinary corpus, starting from its relation with reality through all the various paths that it opens. In this way the value of a method stays in its attitude in discovering a project that opens itself to the world and becomes world.
We have to examine and approve both ancient hypothesis and new possibilities inside the schools of architecture, which are the physiological laboratories for transmitting values and constructing a culture that offers itself to the world as field of possibilities.
Let’s test a view that waits for a common language and for a collective groundwork using research, different imagination, tendentious portraits.
Let’s return to imagine teaching as a whole of group works, of hypothesis that pass through thresholds, and of junction of knowledge, to test the imagine for contemporary world and its hidden face that rises in fragments of a picture that has got to be imagined.
Schools of Architecture can’t finally exclude this research, which is however a Present-Time research – of its lost real thing, of its rediscover real thing – from their studies.

 

 

Ripensare la figura e l’idea di bellezza, al riparo dalle ricezioni usa e getta delle masse distratte, dove il reality è l’evento, l’oggetto, la verifica del valore e su questo orizzonte pone un marchio di garanzia la mediatizzazione, con le sue strumentali implicazioni democratiche.
Raccogliere questo stato di cose consumistico-orgiastico per dargli un fondamento di nuova razionalità, alla luce delle interrogazioni contemporanee sulla bellezza, che è in azione e in transito con la materia e nella materia.
Una questione che ha radici antiche e che oggi investe il corpus teorico e disciplinare. Dai suoi contatti col reale, all’istituzione di codici e di statuti, fino a un nuovo confronto con la realtà, nella varietà delle strade che essa inaugura. Così il valore di un metodo sta nella sua attitudine a scoprire un disegno che si apre al mondo e si fa mondo.
Interrogare e validare antiche ipotesi e nuovi scenari nelle scuole di architettura, i laboratori fisiologici della trasmissione di valori e della costruzione di una cultura che si offra al mondo come il campo delle possibilità. Studi, immaginazioni differenti, ritratti tendenziosi, dentro cui testare l’orizzonte di attesa di un linguaggio comune e di un fondamento collettivo.
Tornare a immaginare l’insegnamento come un insieme di laborialità, di ipotesi che attraversano soglie, di confluenze di saperi, per esperire l’immagine della contemporaneità, il suo volto celato che riemerge per frammenti di un disegno da immaginare.
Questa ricerca, che è sempre ricerca del Tempo Presente - del suo reale perso, del suo reale ritrovato -, non può infine essere esclusa dalle scuole di architettura.

 

Repenser l’image et l’idée de la beauté, à l’abri de la réception jetable des masses étourdies, ou le reality est l’événemet, l’object, la vérification de la valeur et sur cet horizont, la médiatization pose une marque de gages, avec ses implications démocratiques instrumentales.
Ramasser l’état actuel des choses, de consommation orgiaque, et chercher un fondement rationel, à la lumière des questions contemporainnes sur la béautè, qui est en action et en transit  avec la matiére et dans la matiére.
Une question qui a des racines ancienne et qui aujourd’hui intéresse le corpus theorique e diciplinaire. A’ partire de ses contacts avec la réalité, à l’institution de codes e de statuts, jusqu’à une nouvelle comparaison avec la réalité, dans la varietés de voies qu’elle inaugure. La valeur d’une méthode est dans son attitude à découvrir un déssin qui ouvre un monde est devient monde.
Interroger et valider des anciennes hypothéses et nouveaux décors dans les écoles d’architecture, les laboratoires phisiologiques de la transmission de valeurs et de la construction d’une culture qui s’offre comme un champ de possibilitiées. Etudes, imaginations différentes, portraits tendentieux, dans lesquels tester l’horizon d’attente d’un langage commun et d’un fondement collectif.
Retourner à imaginer l’enseignement comme un ensemble de laborialités, d’hypothéses qui traversent des seuils, de confluence de connaissances, pour exprimer l’image d’une contemporainneté, son visage caché qui émerge à traves les fragments d’un dessin à imaginer.
Cette recherche, qui est toujour recherche du temps actuèl – de son poids réel, de son réel retrouvé - ne peu pas être exclu des Ecoles d’architecture.

 

 

di Carmine Piscopo

Commenti (11)

Non un'estetica, ma una ricerca
Se le opere sono differenti e i cammini sono separati, scrive Octavio Paz, cosa abbiamo allora in comune? “Non un’estetica, ma una ricerca”. Non un modello condiviso, ma l’arte di una ricerca paziente che ci avvicini al senso delle cose.
Così, credo che insegnare ad amare l’architettura sia già avvicinare alla bellezza.
Carmine Piscopo , 24 maggio, 2009
La qualità culturale per l'architettura
forse il rapporto tra venustas e democrazia, almeno per chi vive e progetta in Italia, può essere ricondotto anche a questioni semplici, legate alla "misura piccola" delle città, e dei paesaggi, i cui orizzonti si riescono a cogliere spesso con una sola occhiata; ad una prevalenza dei pieni sui vuoti che deriva dalle tradizioni culturali italiane, ad una vocazione "culturale" del paesaggio: un paesaggio che non è mai un fatto naturale, ma che sempre si rivela un dato artificiale, connesso all'azione dell'uomo ed alla sua temporalità.
In queste ed in altre vocazioni si coglie l'invito ad un'architettura silenziosa, ad una progettualità sottile, lontana da un certo protagonismo strillato, eppure attenta ai modi del contemporaneo, alle sue istanze, alle tecniche costruttive e alle nuove questioni teoriche che la vita d'oggi costantemente pone. Parlare un idioma contemporaneo con grande attenzioni alla storia ed al luogo è forse, ancora oggi, un efficace strumento per il progetto dell'architettura per il prossimo futuro, e un punto di partenza sul quale reimpostare un discorso più generale sulla qualià dell'architettura. Una qualità che sappia tenere presenti, al di là di necessari e quantificabili parametri della sostenibilità energetica, ambientale, ecologica, anche una insondabile, quasi impalpabile, eppure chiaramente percepibile, indispensabile tensione verso la qualità culturale e compositiva dell'architettura.

Monica Bruzzone
monica bruzzone , 20 maggio, 2009 | url
Analogie universali, bellezze variabili
Ci sono due principi che la Scuola in generale, e quella di architettura in particolare, dovrebbe identificare come fondanti: formare nel “metodo” (regola) e coltivare il “talento delle specificità” (creatività). Sicuramente più complicato il secondo, senza schemi consolidati. Entrambi però complementari quindi necessari.
Sarebbe forse fuori luogo in un agile blog come questo, dove ci stiamo confrontando con appassionato entusiasmo, organizzare un approfondimento sulle modalità di insegnamento della regola e dell’inclinazione. Perciò mi limito a “giocare” attraverso un’analogia con il luogo in quanto “paesaggio abitato” e la sua variabile (nel senso di “varietas” vitruviana) bellezza.
Cosa scegliere? La griglia dell’agro centuriato che ha eternamente solcato la regola dei paesaggi padani o la suggestione dinamica dell’orografia naturale di un pendio?
C’è chi sceglie la regola, come Christopher Wren: «Due sono le fonti di bellezza: la natura e la consuetudine. La bellezza secondo natura viene dalla geometria e consta uniformità, vale a dire di uguaglianza e proporzione. La bellezza secondo consuetudine trae origine dall’uso e, come familiarità, suscita amore per cose di per sé non amabili. È qui che sta in agguato la più grave possibilità di errore, poiché un criterio definitivo viene sempre dalla bellezza naturale e da quella geometrica. Le figure geometriche sono naturalmente più belle di quelle irregolari: prima il quadrato e il cerchio, poi il parallelogramma e l’ovale. Due soltanto sono le posizioni delle linee rette che si possono definire belle: la perpendicolare e la orizzontale. Questo ci viene dalla Natura
ed è, di conseguenza, necessità che soltanto ciò che è diritto sia stabile».
Chi sceglie la creatività, come Italo Calvino:
«se allora mi avessero domandato che forma ha il mondo, avrei risposto che è in pendenza, con dislivelli irregolari, con sporgenze e rientranze, per cui mi trovo sempre in qualche modo come su un balcone, affacciato ad una balaustra, e vedo ciò che il mondo contiene disporsi alla destra e alla sinistra a diverse distanze, su altri balconi o palchi di teatro soprastanti o sottostanti, d’un teatro il cui proscenio s’apre sul vuoto, contro il cielo attraversato dai venti e dalle nuvole…..».
Ardua selezione. Entrambi sono a loro modo la bellezza della forma del mondo. L’impegno civile e la competenza del fare saranno perciò il trade d’union per la convivenza democratica di entrambi. Questo deve insegnare una scuola di architettura.
Chiara Visentin , 20 maggio, 2009
Bellezza, realtà, divenire...
Mi sollecita lo scritto di Marco Maretto "Bellezza, consapevolezza, scuola". Il concetto di bellezza, non è ovviamente un valore assoluto, quanto piuttosto una "aspirazione" che ha come premessa e possibilità la costruzione di un sapere critico riflettente del mondo e della realtà, certamente al di fuori delle mode e che anzi si alleni ad un serrata "messa in discussione" dei para-valori che la condizione globalizzata ci propone o peggio ci impone. La ricerca dei valori, credo, sia sempre da fare all'interno della disciplina, della città e delle opere con il loro portato collettivo e quindi legato alla vita degli uomini più che in una astratta realtà fenomenica forse troppo "in divenire" per coglierne l'essenza.
Renato Capozzi , 02 maggio, 2009
Democrazia: orizzonti comuni e politiche differenti
Libertà e democrazia non sono termini che necessariamente vanno d'accordo. La democrazia ha bisogno di partecipazione per vivere; la libertà di non partecipare alla “cosa comune” è contenuta all'interno della democrazia ma al tempo stesso ne mina le fondamenta. Quando la partecipazione si affievolisce la democrazia assume quella forma particolare, e oggi assai comune, che va sotto il nome di populismo.
Quando gli individui si occupano di salvaguardare le proprie identità più che di trovare idee condivise allora la democrazia mostra le sue più grandi debolezze.
La democrazia è una struttura sociale che ha una forma orientata verso il raggiungimento di mete condivise. Per questo è proiettata verso il futuro e, in questo, trova la sua capacità progettuale di indirizzare la società verso queste mete.
Il mercato è una forma di organizzazione sociale che ha come scopo lo sviluppo di se stesso. La crescita della dimensione degli scambi, piuttosto che l'incremento del pil, sono i metri di misura di un sistema ripiegato su se stesso, in cui fini e mezzi coincidono all'interno di un presente dilatato. “Investire crediti in un progetto perchè in un ciclo temporale questi ritornino accresciuti”: non esiste in questo un fine ultimo e dei mezzi per raggiungerlo, ma il rapporto tra fini e mezzi cortocircuita in processo di crescita infinito. Non avendo un orizzonte esterno di riferimento la bontà di un progetto si misura unicamente sul consenso che questo riesce a generare attorno a sè.
Se la capacità di raccogliere consenso è l'unico valore condiviso rimasto nelle nostre democrazie, la natura stessa della democrazia muta in quella del populismo. Il mercato tende a dilatare il tempo in un presente infinito; per questo motivo l'architettura commerciale è un'architettura che si consuma nel presente. Non ha nessuna pretesa civile ma esprime soltato la sua natura edonistica di catalizzatore sociale per la raccolta di consenso attorno alla propria immagine.
Cosa deve fare l'architettura per essere democratica?
Innanzitutto si deve porre orizzonti che travalichino quelli della pura logica di mercato e, successivamente, deve cercare attraverso la “riscoperta” del dibattito di trovare idee condivise che sacrifichino, almeno un po', l'assolutizzazione delle singole identità come entità intoccabili e immodificabili.
Questo comporta la definizione di nuove mete e nuovi orizzonti (la questione dell'architettura sostenibile per esempio è una di queste) e quindi spostare il riverbero del progetto dal tempo presente alla determinazione, o per lo meno al direzionamento, del tempo futuro.
A differenza del progetto moderno questo non può, e non deve, avvenire dall'alto e cioè da un gruppo d'avanguardia che si carica del ruolo di aprire la via di un'intera società, ma da una rete di individualità che, non sottraendosi al dibattito, crei legami e connessioni capaci di delinare la natura di questi orizzonti. Che abbiamo la capacità di fare sintesi dall'esperienza concreta dei singoli per dare forma a nuovi valori condivisi.
La scuola (e più specificatamente le scuole di architettura) hanno la struttura e le capacità di fare tutto questo, dovrebbero avere il coraggio di arrivare a sintetizzare queste esperienze all'interno di un idea condivisa in un orientamento pratico. In modo che le “generazioni future” possano ricevere un orizzonte di valori da poter, a loro volta, mettere in discussione, mantenere o arricchire, ma verso cui tendere sempre in modo personale e identitario.

Emanuele Tanzi
Emanuele Tanzi , 25 aprile, 2009
Bellezza, consapevolezza, scuola...
Bellezza, consapevolezza, scuola...o meglio...scuola, consapevolezza, bellezza... Compito della scuola e delle Scuole di architettura in particolare, dovrebbe essere quello di fornire degli strumenti critici in grado di leggere la realtà, intesa come processo continuo, dinamico, stratificato di esperienze, culture, forme e quant'altro si ponga alla base dello "stare dell'uomo sulla terra". La capacità di comprendere significa capacità di conoscere e ri-conoscere i fenomeni umani, nella loro infinita molteplicità, ma anche nella loro necessaria, evidente, continuità logica (senza la quale la stessa idea di progresso non avrebbe senso). Saper leggere i luoghi, i tempi e le forme semantiche di questo grande "paesaggio delle differenze" che è la realtà dell'uomo nel suo rapporto costante con il mondo naturale significa avere consapevolezza. Significa avere la consapevolezza del "capire" e la consapevolezza del "fare"; significa "saper comprendere" e "saper fare"; significa saper leggere e saper guidare i processi complessi di un mondo globalizzato, al di là da mode e condizionamenti effimeri, quanto di breve durata ("le mode hanno il difetto di passare di moda" scriveva Oscar Wilde) che poco hanno a che fare con l'architettura quale arte in grado di trasformare il territorio e "dar forma" (nel bene o nel male) alla società. Tutto questo sarebbe compito delle scuole di architettura, dove il concetto di bellezza non è dunque, né può essere, un valore assoluto, ma il punto di arrivo (e di costante ripartenza) di un lungo, continuo, processo di conoscenza.

Marco Maretto
Marco Maretto , 21 aprile, 2009
...
Questioni intorno all'ouverture di C. Picopo.
1. Fondamento di nuova razionalità, alla luce delle interrogazioni contemporanee sulla bellezza. Cosa significa? Quelli che stavano fuori della razionalità di Cartesio erano, per definizione del medesimo, amentes. Qualcosa del genere, anche dopo i "matti da slegare" di Basaglia a Trieste?
2. Il corpus teorico e disciplinare. Cosa è?
Attendo ricognizioni e qualche stella polare.
3. E' proprio vero che il valore di un metodo sta nella sua attitudine a scoprire un disegno che si apre al mondo e si fa mondo?
E se, malgrado i tentativi ripetuti e generosi, il disegno "non si scopre" il metodo perde di valore?
4. E' ancora possibile un linguaggio comune ed un fondamento collettivo? E, se sì, è davvero necessario andare ancora una volta a rintracciarlo nel c.d. "classico"? (La tentazione non sembra di Carmine, ma potrebbe leggersi tra le sue righe una vaga, diafana, sublime "repressione").

francesco rispoli , 09 aprile, 2009
off topic
c'è qualcuno di voi, più architetto di me, che riesce a scrivere un post che metta in relazione il nostro tema di qui con quello che succede nel paese

Per dire, osando mettere in gioco un classico: C'è venustas a Gibellina?
daniela lepore , 09 aprile, 2009 | url
La Scuola è il contrario dell'individualismo
Come si può insegnare la bellezza? Cosa c'entra la bellezza con il mercato e con la democrazia? E sopratutto cosa c'entrano queste questioni con la Scuola. La Scuola è il contrario dell'individualismo punta all'universalismo: dovrebbe formare gli allievi a partire da un sapere, da un corpus dottrinale definito o definibile. Dovrebbe, io credo, costruire e trasferire delle tecniche a partire da principi enunciabili, descrivibili e per questo trasmissibili. Doverebbe fornire il sistema di riferimento, la mathesis, sulla quale far sviluppare l'attitudine alla critica della realtà. La ricerca della bellezza non dovrebbe essere una operazione 'mistica' o inaccessibile quanto una paziente riflessione sui principi e sulla tecniche a partire da exempla. In un certo senso la Scuola, se la intendiamo come costruzione di tecnici in grado di occuparsi (di trovere lavoro), ha più a che fare con il mercato che con la democrazia come trasferente un sapere che una volta acquisito rende liberi e consapevoli. La Scuola invece ha o dovrebbe avere poco a che fare con il mercato inteso come mercificazione dell'architettura sua riduzione a prodotto consumabile e molto con la democrazia nel senso di allenare gli allievi alla modificazione consapevole del reale, del già noto del condiviso, alla ricerca di quelle "forme realiste e popolari" che in qualche modo appartengono a tutti e che tutti possono condividere. Forse sono proprio quelle forme che realizzano la venustas.
Renato Capozzi , 05 aprile, 2009
valor civile
Valor civile

Aiuto , sento odore di valore civile dell’architettura.
Questa democrazia è pericolosa , sogna se stessa tra la città, il tipo , la forma e infine può anche scaricarci dal senso di colpa di aver abbandonato l’architettura e il progetto , di aver troppo corso per i corridoi delle facoltà cercando di fissare ancora una volta un sapere sempre più scivoloso.
Ho di recente sostenuto che la bellezza democratica è l’abitudine a una realtà che non è politicamente corretta e formula ogni giorno la sua proposta di qualità dalla chirurgia plastica all’ipod.
Dieci anni fa studiavo la stilizzazione caricaturale della città nelle profetiche strips di Disney, qualche mese fa Tiziano Scarpa mi ha raccontato Venezia stilizzandone il volto in un bellissimo esercizio di fisiognomica.
L’architettura di oggi è democratica per la semplicità con cui domina le sue forme complesse e le trasmette alle persone sotto forma di emozioni.
Io amo le emozioni popolari e credo che , come faceva Bob Venturi con la Strip americana o Aldo Rossi con i Sacri Monti , ridestino l’infanzia delle cose.
Non credo che si possa insegnare l’architettura e la città senza partire dalla forma, dalla fisiognomica.
Noi lavoriamo in un mondo che ha inerzie fortissime alle quali è inutile contrapporre regole astratte.
Il consumismo c’è e c’è pure la sua crisi ma la via di uscita non è nel riappropriarsi di una scrittura architettonica tristemente permeata di una supposta qualità diffusa come vorrebbe qualche anziano maestro che tuona contro la spettacolarizzazione dell’architettura preoccupato del fatto che la sua possa sembrare brutta o qualche altro che propone nostalgici colonnatini speranzoso di un tardivo riconoscimento culturale.
Per questo dimentichiamoci gli affari d’oro fatti con il progetto urbano e soprattutto giochiamo la nostra partita a scacchi con le masse edilizie immense della città storica e con i suoi mille degradi da sempre in attesa di qualcosa che non trasformi la collettività in prigionia.


Cherubino Gambardella 4 aprile 2009
cherubino gambardella , 04 aprile, 2009 | url
BELLEZZA MERCATO E DEMOCRAZIA NEI PAESAGGI ITALIANI
Credo che ragionare sul tema della bellezza, intrecciato con quelli del mercato e della democrazia, possa essere un’occasione per intervenire nel dibattito in corso sui nostri paesaggi. E credo che le nostre scuole possano e debbano farlo, in un momento in cui questo dibattito sta diventando acceso, coinvolgendo questioni culturali, orientamenti ideologici, pratiche e politiche di intervento.

Riconoscere, senza moralismi, la natura molecolare e individualistica della costruzione del territorio attuale e, d’altra parte, rivendicare le necessità di salvaguardia del paesaggio e l’urgenza dei temi ambientali sono i due poli di una questione che si esprime di solito per contrapposizioni: tra deroga e regola, tra privato e pubblico, ecc. Eppure le contrapposizioni sono più sfumate: una moltitudine di iniziative individuali determina, per quantità, la qualità del paesaggio collettivo; la democratizzazione dell’idea di bellezza, affidata alle percezioni degli abitanti, e dell’uso del suolo, affidato alle iniziative individuali, pone domande su democrazia, valori condivisi, spazio pubblico; la tutela del paesaggio come bene comune non può non considerare esigenze e usi particolari.

Il paesaggio è la proiezione dei desideri della gente. Desideri individuali e collettivi di bellezza, di ricchezza, di democraticità. Superare le contrapposizioni può voler dire anche confrontarsi con la varietà di questi desideri e con i tanti meccanismi che mettono in moto oggi la costruzione del territorio. Se il piano paesistico in Sardegna non raccoglie consensi e il “piano casa” di Berlusconi sollecita immaginari, e se la crisi impone la ricerca di strade nuove, forse è necessario aprire un fronte ampio di discussione. Contro il grigio della cementificazione del territorio, oltre i richiami alle regole, entrare nella varietà delle sue sfumature, intercettarne le dinamiche e reindirizzarle, smentirne la convenienza, evidenziarne i rischi, ribadire il ruolo del progetto, lavorare perché l’aspirazione alla bellezza sia condivisa, perché l’interesse comune sia interesse di ciascuno e perché il mercato riconosca come valore la Qualità che invochiamo.

Fabrizia Ippolito , 03 aprile, 2009

Scrivi commento

Non è possibile inserire altri commenti.

busy