ma quanto è democratica "l'architettura dello spettacolo"?
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In a globalized society, defined by the " culture of information", where physical distances seem to be erased by the virtual ones, question of venustas in architecture mainly seems to refer to "spectacular image". A spectacular work is the one that sells itself, that is not affected by the market but creates it,  and also it seems to answer democratically to the request of beauty that contemporary society asks to architects. Why does the debate invest more and more often works by Archistars, requested by public administration, looking for a "Bilbao effect" able to redeem the anonymity of the centres and suburbs? Just few weeks ago the newspaper "La Repubblica" published the controversy about the towers by Paolo Portoghesi in Bassano del Grappa, that people refuses because they shade the landscape. Similar destiny regards the skyscraper Tower in Turin by Renzo Piano that challenges the height of "Mole Antonelliana", while Silvio Berlusconi censured the skyscrapers of Libeskind in the centre of Milan, and the "Cloud" by Fuksas in Rome is in the centre of a never ending debate.
The matter seems to be extremely important in Italy, where the whole of ambient and cultural values of the “places” is easily compromised and where a complex bureaucracy and an extreme parcelling out of expertises don't coincide with a real activity of preservation but with a total rejection of "transformation". More often if few persons choose an innovative and original project then authorities and  debates stopped them.
 In una società globalizzata caratterizzata dalla cultura dello spettacolo, dove le distanze fisiche sembrano annullate da quelle virtuali, la questione della venustas in architettura sembra rimandare sostanzialmente all’immagine spettacolare. Un’opera spettacolare è un’opera che si vende, che non subisce il mercato ma lo crea, e che dunque sembrerebbe democraticamente rispondere alla domanda di bellezza che la società contemporanea pone agli architetti.
Perché dunque sempre più spesso opere firmate da Archistars e commissionate da pubbliche amministrazioni, desiderose di un “effetto Bilbao” in grado di riscattare l’anonimato dei centri e delle periferie italiane, scatenano il dibattito e sono al centro di furiose polemiche? Solo poche settimane fa il quotidiano “la Repubblica” ha dato spazio alla polemica scoppiata a Bassano del Grappa sui grattacieli di Paolo Portoghesi che la popolazione rifiuta perché “oscurano il profilo delle Alpi”. Sorte analoga è toccata al grattacielo di Torino, firmato da Renzo Piano, che sfida in altezza la Mole Antonelliana, mentre i grattacieli di Libeskind, nel centro di Milano, sono stati aspramente criticati da Silvio Berlusconi e la Nuvola di Fuxas, nel quartiere dell’Eur, sembra essere al centro di un dibattito tutt’altro che sopito.
La questione sembra assumere particolare rilievo, in Italia dove la stratificazione di valori storici ambientali e culturali che struttura l’identità dei “luoghi” sembra poter essere troppo facilmente compromessa, e dove una complessa articolazione burocratica e una estrema parcellizzazione delle competenze quasi mai si traducono in una reale attività di tutela, ma più spesso tradiscono un atteggiamento di totale rifiuto della modificazione o, al contrario riflettono il gusto di pochi che scelgono un progetto “innovativo e originale”, poi bloccato dagli organi competenti e dall’infuriare di dibattiti.
 Dans une société globale, caractérisée par la culture de l’information, où les distances matérielles sont  annulées par les virtuelles, la question de la venustas en architecture renvoie en général à une image spectaculaire. Un œuvre spectaculaire c’est donc un œuvre qu’on peut vendre, qui est un sujet, et non pas un objet, du marché. Et ça pourrait être une réponse démocratique à la demande de beauté de la société contemporaine.
Pourquoi, alors, toujours plus souvent, les architectures griffées par les Archistar, commandées par les administrations de l’Etat, à la recherche d’un « effet Bilbao » qui pourrait racheter l’anonymat des centres et des périphéries  italiennes, déchainent de polémiques furieuses ? Il y a quelques semaines le quotidien La Repubblica a reporté la polémique éclaté à Bassano del Grappa à propos des tours de Paolo Portoghesi qui sont refusée par la population parce qu’elles assombrent la silhouette des Alpes. Quelque chose de semblable   c’est passé à propos du gratte-ciel de Renzo Piano à Turin, qui compète en hauteur avec la Mole Antonelliana ; et Silvio Berlusconi a rudement critiqué les tours de Libeskind au centre de Milan tandis que la « Nuage » de Fuksas à l’Eur elle aussi est au centre de polémiques furieuses.
La question se fait encore plus considérable en Italie, où la stratification des valeurs historiques et culturels des lieux peut être endommagée et où la complexité de l’articulation bureaucratique et la division des compétences ne produisent presque jamais une activité de protection réelle. Très souvent ces conditions trahissent une attitude qui refuse chaque possibilité de modification ou au contraire elles permettent à ce qui  a la fonction de « juger » de choisir un projet qui, seulement selon lui, est novateur et original.

 

di paola scala

 

Commenti (12)

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Decostruire termini duri come sassi! Ci si spezzerà una gamba prima di spezzare una parola!
Venustas, architettura, mercato, democrazia. Quattro macigni.
Quale venustas, da quale punto di vista, con quale sguardo nel tempo della mescolanza?
Architettura, una password per spiriti eletti, una reductio ad unam di una molteplicità di pratiche, una pretesa di riduzione a stato dell'evento?
Mercato: l'insieme dello scambio delle merci. Nel tempo che acriticamente passa sotto il nome della "caduta delle ideologie" restano il mercato (con la correlata ideologia capitalista, in cui tutto è, evidentemente, ridotto a "merce") e i credi fondamentalisti. Un insieme, in altre parole, di ideologie in perfetta salute. Dobbiamo farci ospitare nel loro seno suadente per poterci interrogare ancora su quel che facciamo, quando ce lo lasciano fare?
Democarzia. Quale? La sua riduzione a meccanica sociale? O, piuttosto, quella che rinvia ad un'etica della responsabilità?
Un esempio. Un tempo desideravamo contribuire a costruire un mondo migliore. Oggi quanti ci sottopongono le pressanti questioni che vanno sotto il nome comune di SOSTENIBILITA' ci dicono che l'obiettivo è quello di lasciare alle prossime generazioni "un mondo non peggiore dei quello attuale". Che ne è della democrazia senza un 'etica della responsabilità' laddove a decidere delle scelte mancano proprio i futuri contraenti (le prossime generazioni) per il semplice fatto che essi non sono ancora nati.
Ritornare a ragionare? Solo così si salva l'onore della ragione!
francesco rispoli , 09 aprile, 2009
Ancora vascelli da cento cannoni?
"Ammiriamo un vascello da cento cannoni (…); ma per quanto siano belle queste forme, dal giorno in cui interviene la forza del vapore è necessario cambiarle, (…) smettono di essere belle." (E. Viollet-Le-Duc, Entretiens sur l’architecture). La nostra epoca non trasmetterà "alla posterità altro che pastiches e opere ibride", classificabili solo come spettacolari o sostenibili?
Quali sono le soggettività predisposte a legittimare o anche solo suggerire i canoni, certamente plurali, di questa “bellezza”?
È solo utopia inserire la valutazione di qualità come impegno ‘tecnico’, come occasione e strumento di aggiornamento disciplinare?
La forma non è più derivata del procedimento costruttivo a meno che l’altro, l’esterno, l’estraneo, così prepotentemente ingombranti nel definire fattibilità e consenso, non si possano ri-presentare come categorie della costruzione.
Mettere a servizio di una responsabilità collettiva (una collettività inclusiva anche del tempo e di specialità diverse) la responsabilità individuale vale anche per i saperi. È l’architettura che ricerca la sua nuova ‘committenza’ e non viceversa. Ancora una triade, tutta da ridefinire: bellezza, mercato e democrazia.

Fabrizio Spirito , 07 aprile, 2009
Il giusto mezzo
Mi sembra un intervento davvero interessante . La questione , almeno credo , è più complessa di quanto si può immaginare .
Oltre ai casi citati , i vari progetti di grattacieli di Piano , Libeskind e la "nuvola" di Fuksas, ho letto ultimamente anche una intervista di quest'ultimo riguardo ad un edificio che sta progettando a Savona. In questa intervista l'archistar Fuksas come risposta alle proteste dei savonesi afferma che 120metri "non sono nulla" . In realtà tutti sappiamo che un edificio di 120 metri è un grattacielo , altro che nulla .
Penso che l'errore non stia mai da una sola parte , e che se gli archistar esagerano spesso e volentieri , nemmeno i cittadini scherzano.
E' bene considerare il fatto che le opere che un qualsiasi architetto realizza saranno il luogo dove delle persone ci dovranno vivere , e in primis dovrebbero essere loro che ad approvare i progetti . Tuttavia credo sia una cosa utopica , sia perchè non mi affiderei mai al "buongusto" degli italiani come Berlusconi , sia perchè questi non hanno le dovute competenze per giudicare un progetto .
La soluzione forse potrebbe essere una maggiore responsabilità e sensibilità degli architetti e di conseguenza una maggiore fiducia dei cittadini .
L'architettura è un "fatto" complesso , e ciò lo dimostra !
Andrea Esposito , 05 aprile, 2009
Matayotes matayotetos kai panta matayotes
And the romans translated it into 'vanitas vanitatis et omnia vanitas'. But I wouldn't say it is 'un nuovo"miracolo Bilbao"', as my colleague puts it, but the 'Bilbao effect', as William JR Collins said.
Paraphrasing the architects of the Spanish '1925 Generation', this is not architecture. I agree it is prêt-a-porter, pure image, fake architecture or whatever you may call it. No, it is not democratic, architecture cannot be democratic. But it cannot afford such enormous ammount of 'vanitas' either. Has any one thought of the posibility that the economic crisis finally may settle things by changing the rules? Wouldn't it be possible that the market, now crashed and exhausted, looked towards architecture for help? As I see it, the present situation is the begining of the end of the 'Bilbao effect', and perhaps also of so much matayotes/vanitas.
CO10PI , 03 aprile, 2009
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È così, da un lato l’aspirazione all’effetto Bilbao, dall’altro lo scontro con il gusto, democratico (?) locale e le, più o meno, pretestuose burocratizzazioni. Termini come responsabilità o etica accantonati, e mi riferisco alla sfera urbanistica, perché oggi l’obiettivo è intercettare il finanziamento; non più dunque una trasformazione che nasce dalle istanze del territorio, dal paesaggio, dall’identità dei luoghi ma operazioni strategiche, sparpagliate, e volte all’utilizzazione dei fondi. Estendo allora le questioni di Paola Scala anche al progetto dello spazio pubblico, proponendo una riflessione su una possibile -o necessaria- ricerca dei valori etici nel complesso sistema pubblico-privato. Le attuali esperienze in Italia mostrano una crescente tendenza all’utilizzo di investimenti privati per attivare operazioni di riqualificazione urbana. Se da un lato l’iniziativa privata costituisce l’elemento di innesco di processi di rigenerazione urbana, dall’altro è importante comprendere fino a che punto effetti, e benefici economici ai privati, si compensano con le, eventuali, prospettive di sviluppo per il pubblico. Posto su questa base, quanto potranno essere democratiche le scelte progettuali? In questo senso -come afferma Bernardo Secchi-l’urbanistica non può essere ancora pratica acquiescente ma, nonostante gli insuccessi comuni a molte altre discipline, deve rimanere continuo esercizio di radicale critica sociale.
paola marotta , 03 aprile, 2009
prof di progettazione, assegnista di ricerca - facoltà di architettura del politecnico di milano
Il tema posto da Paola Scala mi sembra indichi tre importanti questioni, intimamente legate, che possiamo ricondurre da un lato alla problematica della spettacolarizzazione dell'architettura contemporanea, da un altro alla questione più generale di cosa sia la democrazia in architettura ed infine alla tematica del rapporto tra normativa, ipertrofia burocratica e reale tutela del patrimonio costruito.

A mio parere uno dei problemi che ci troviamo di fronte è la tendenza a farsi prendere dal gioco della comunicazione mediatica e accettare di ridurre la categoria della 'venustas' all'immagine spettacolarizzata dell'architettura. La categoria vitruviana in realtà coinvolge temi che vanno ben oltre le semplici questioni d’immagine: essa riguarda aspetti formali, estetici, di rapporto con le forme storiche e di armonizzazione con i contesti, con il paesaggio, con la cultura estetica di un periodo e di un gruppo sociale. In sintesi per quanto l'immagine faccia parte della questione della 'forma architettonica', essa non può esaurirne la complessità e la profondità di significato.
La tematica dell'immagine è tema ricorrente nella storia dell'architettura, essa è l'esito della strutturazione della forma, è l'espressione di aspetti tecnici, sociali e di scelte formali complesse e interrelate, e si è spesso posta come strumento di approvazione sociale di un'opera. Ma il problema della contemporaneità forse, come dicevo, è il fatto che la sola immagine sembra in grado di riassumere tutte le tematiche evocate dalla 'venustas': essa si pone come entità autonoma, slegata dai contenuti e dai fondamenti disciplinari, e si autodetermina in base ai clichè di quello che potremmo chiamare il nuovo 'International (digital) Style'.

Il tema posto poi fa riferimento ai dibattiti e alle contestazioni che seguono alcune proposte progettuali più recenti. Anche se credo che qualche volta le opposizioni più accese siano generate da pregiudizio mi pare evidente che, in buona parte dei casi, esista un problema di rapporto tra tali proposte e il tessuto sociale e culturale, ma soprattutto architettonico e ambientale, dei contesti che dovrebbero ospitarle.
Se l'architettura contemporanea si accontenta di essere esclusivamente immagine (e non più forma, in grado di relazionarsi ad altre forme e di generare immagini coerenti), essa perde qualsiasi rapporto con i contesti e dunque il suo carattere di ‘imposizione dall’alto’ - grazie logiche di opportunità immobiliari sdoganate con gli effetti speciali della spettacolarizzazione digitale – risulta evidente anche a chi la osserva da profano.
Il rischio è che la questione si richiuda nel dibattito sterile su qualche rendering di supporto alle proposte (che non è neanche riassuntivo dell'immagine complessiva di un edificio, ma rappresenta solo ciò vediamo da alcuni - pochi - punti di vista), pubblicato sui quotidiani locali e non si interroghi sulle ragioni costitutive di un progetto, quegli elementi in grado di strutturarne la forma, fatti di scelte estetiche e di ragioni d'uso, di questioni tecniche e implicazioni ambientali.

marco
marco bovati , 02 aprile, 2009
il farsi e il disfarsi dei linguaggi
Abbiamo imparato tutto dalla società dello spettacolo. Perfino a prendere in prestito i termini del suo dibattito. È forse per questo che non riesco a pensare a “un’architettura democratica dello spettacolo”, perché credo che lo “spettacolare” non sia fino in fondo una categoria dell’architettura. Così credo che quanto qui inseguiamo rappresenti solo una parte del dibattito contemporaneo. Un terreno di sfide su cui si confrontano ora il nascere, ora l’invecchiare, ora il morire dei giochi. Ora la crudele bellezza dei segni, ora il loro apparire e scomparire, dietro cui si cela il senso di una iperrealtà, di un’utopia vissuta come già realizzata. (È forse questo lo “spettacolo”?). Un’ estetica che parla il silenzio delle masse e la fine della storia, come un racconto in stile quasi monista.
È davvero questo ciò che ci preoccupa? Di questa forma bulimica già parlava Massimo Bontempelli, allorché, nel suo ammonire Filippo Tommaso Marinetti contro i rischi della velocizzazione del tempo, opponeva il “realismo magico”, come un viaggio a ritroso dal realismo alla realtà.
È allora davvero questo che ci preoccupa? E se sì, certo non smetteremo mai di chiederci quanto (e se) sia democratica l’architettura dello spettacolo. Macchina dall’infinita resistenza, alla costruzione delle immagini del nostro tempo essa oppone il farsi e il disfarsi dei linguaggi, come le immagini di una ragione contro cui tutta l’aspettativa del mondo non può prevalere.
carmine piscopo , 30 marzo, 2009
Opere spettacolari e qualità diffusa
L'opera spettacolare non è una novità ma è ricorrente nella storia dell'architettura. Gli esempi sono tanti ma mi viene in mente l'ampliamento incompiuto del Duomo di Siena. Ancora più spettacolare proprio perché incompiuto. Certamente, la spettacolarità oggi non è sinonimo di qualità. Soprattutto, quello che viene meno nella contemporaneità è la qualità diffusa dell'architettura che caratterizzava le città storiche. Demoliamo ciò che è brutto e ricostruiamo, anche nei centri storici.
Massimo Clemente , 26 marzo, 2009
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La domanda però è anche: perchè sempre più spesso queste opere sono messe in discussione e sono accusate di nascondere dietro all’immagine spettacolare, operazioni di speculazione edilizia?
Forse bisogna cominciare a provare a rispondere:
Forse la cultura dell’informazione non è realmente democratica ed è imposta ad un pubblico che in privato, nella sua casa continua a preferire il divano della nonna alla sedia Eros di Philippe Starck. (E se è così, cosa facciamo “noi”? Ci mettiamo a disegnare i divani della nonna?)
Forse la cultura dell’informazione di per se si consuma facilmente e l’immagine spettacolare un giorno, diventa vecchia rapidamente.
Ma purtroppo l’architettura non è un vestito che cambio dopo due mesi che ho comprato.
Vorrei rivendicare per l’architetto un ruolo più “strategico” di quello dell’archistar, il ruolo di colui che non decide cos’è la bellezza ma la interpreta come un valore condiviso, che è anche capace di educare il gusto di una società in trasformazione.
paola_scala , 26 marzo, 2009
troppo o forse non lo è affatto.....
"non bastava più costruire edifici straordinari da mostrare al mondo. Il mondo poteva aspettare. quel che era necessario adesso, era vincere la gara che si disputava esclusivamente fra architetti entro il recinto dell'architettura accademica". scrive Tom Wolfe nel 1981 in maledetti architetti. si riferiva alla nuova atmosfera mentale che si stava sviluppando nelle unversità nella prima metà dello scorso secolo.
ora, invece, siamo pronti a stupire quel mondo che, dopo circa 75 anni, nel frattempo, è cambiato. sono cambiate le funzioni cui l'architettura deve assolvere: dobbiamo fare i conti con numeri maggiori di persone che si spostano, hanno bisogno di spostarsi, sempre più rapidamente; ed altrettanto rapidamente deve svolgere le sue funzioni, soddisfare i propri bisogni, avere i propri svaghi.
senza dimenticare che ognuno di noi fa tutte queste cose in base ai propri mezzi.
triste, ma vero.

colomba sapio , 26 marzo, 2009
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Signori, di che stiamo parlando? Siamo invischiati fino all’osso nell’era dell’immagine, dell’effimero! Se è vero che l’architettura rispecchia in tutto e per tutto la società del suo tempo, le spettacolari ‘macchine da festa’ che spuntano negli altisonanti programmi edilizi delle nostre pubbliche amministrazioni non sono altro che una ovvia conseguenza del più generale atteggiamento culturale che demanda all’esteriorità il placebo agli innumerevoli disagi della nostra società.
Che cosa significa parlare di democrazia dell’architettura? Di valori e scelte in questo campo condivise dal démos? Di un popolo che viene rappresentato specularmente dalla realtà urbana in cui vive? Ahimé, temo che non si possa dire che ciò non avvenga. Mascheriamo i nostri malesseri più profondi con il prêt á porter e comperiamo cellulari all’ultima moda che non ci possiamo permettere, non è lo stesso atteggiamento dei nostri sindaci che si affannano a collezionare grandi metropolitane firmate invece di risanare le strade che sprofondano e le scuole che crollano?
La colpa non è delle Archistars. I miti sono opera di chi li crea. Perché si polemizza, allora? Perché il mal di pancia non passa nascondendolo con un vestito nuovo, anche se ci sta a pennello. Niente di male nel comprarselo, ma prima passiamo dal medico, che è meglio. E soprattutto è decisamente improduttivo prendersela col vestito nuovo!
Bisogna accettare di essere tutti responsabili di ciò che accade. Scegliamo noi chi o cosa ci rappresenta, il mercato lo creiamo noi. Scegliamo noi che significato dare alla parola ‘Bellezza’, noi a chi dare i nostri soldi o il nostro voto. Invece di lamentarci, dovremmo avere il coraggio di fare delle scelte di coscienza e imporre (e imporci) con più forza un nostro ruolo attivo nelle decisioni che investono il futuro del nostro paese e della nostra cultura. Prendere iniziative, partecipare ai dibattiti, essere propositivi. Rimboccarsi le maniche, accettare i problemi e porsi in maniera costruttiva alla ricerca di soluzioni. Tutti insieme, senza crogiolarsi in nostalgie del passato o teorie astratte, criticando chi opera (bene o male) attorno a noi. Questa è Democrazia, anche in architettura.
A07 , 26 marzo, 2009
La Speranza nel diverso
Oggi i grandi architetti le archistars per intenderci nn fanno altro che pensare a loro stessi piuttosto che alla gente,loro che avrebbero in mano il potere di migliorare questa società ma purtroppo si affannano a ricercare esclusivamente la loro espressione personale senza magari badare a cosa può significare un edificio per la gente che lo deve vivere...(Vedi Renzo piano che si mette a fare i centri commerciali).
Perchè non si investono soldi per la riqualificazione delle periferie???
perchè invece di creare sempre piu falli per la direzione nel bel mezzo di città già ipercongestionate non si cerca di decentralizzare le metropoli affinchè le periferie nn restino solo squallidi luoghi dove andare a dormire???
La Democrazia può esistere anche nell'architetura spettacolare quindi nn dico che bisogna incendiare il Guggheneim ma attenerci a quei valori di arte e storia plurimillenari nonchè alle bellezze paesaggistiche che il nostro paese vanta affinchè un qualsiasi edificio possa armoniosamente plasmarsi col contesto e sopratutto cn la gente che lo vivrà,il "peccato" starebbe solo nel prescindere da questo e proprio perchè sono i nostri grandi maestri dell'architettura a venire meno, forse perchè ammaliati dai pseudo sogni di amministrazioni che credono in un nuovo "miracolo Bilbao",mi viene da pensare dove si andrà a finire...ma la speranza è l'ottimismo per qualcosa di diverso nn manca e nn deve mancare.Io ci credo e voglio crederci fino in fondo altrimenti nn studierei ARCHITETTURA!

Stefano







stefano , 25 marzo, 2009

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