venustas/mercato/democrazia

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In the title We borrowed from Vitruvio the principle of venustas, to question the concept of “beauty” in architecture and its relationships with the contemporary culture, condensed - for the synthesis required by a title – in the economical term, market, and in the political term, democracy. As with many other products of contemporary civilization even architecture is often expected to be only somewhat beautiful: the question is what kind of beauty and above all who deems it to be so? How does architecture relate beauty with quality? And who is able today to establish or merely suggest the diverse and manifold canons of beauty? To be corrupted by the market can be dangerous for this kind of product that has so far been outstandingly resourceful in avoiding being transformed into globalized merchandize and, perhaps, it is for this reason that it has been relegated at the utmost limits of the contemporary economic system. Could it be that taking the lead from the theme of venustas the market would be capable of participating in construing the idea of a discursive architecture, the so-called architecture of democracy? As far as democracy is concerned: not a subject, but a condition, an objectively positive one among the existing few, where some people like to tread and others would like to join in. Democracy is served by a network system, a new form of communication that allows everyone to express their own opinion (and might even allow anybody to form one). Everyone has a firsthand knowledge of architecture, at least because they dwell in it, therefore architecture can be one of the most accomplished forms of democracy. But how will the complex theme of quality develop in this new dimension of venustas?

Nel titolo prendiamo a prestito il concetto vitruviano di venustas per ragionare intorno alla questione della “bellezza” in architettura e alle relazioni dell’architettura con la civiltà contemporanea, condensata – con la indispensabile sintesi necessaria alla costruzione di un titolo – in un termine economico, mercato, e in un termine politico, democrazia.
Come a tanti altri prodotti della civiltà contemporanea, anche all’architettura si chiede spesso solo di essere in qualche modo bella: ma bella come, e soprattutto per chi? Che rapporto c’è tra questa bellezza e la qualità dell’architettura? E chi può oggi legittimare o anche solo suggerire i canoni, certamente plurali, di questa bellezza?
La contaminazione con il mercato può essere pericolosa per un prodotto che presenta ancora una singolare resistenza a trasformarsi in merce globalizzata e che, forse anche per questo, è spesso messo ai margini dal sistema economico contemporaneo. Ma è possibile immaginare che il mercato, anche a partire dal tema della venustas, assuma un ruolo di utile interlocutore nella costruzione di un’idea di architettura diffusa, di un’architettura della democrazia?
E poi c’è la democrazia, appunto: non un soggetto, ma una condizione, tra le poche oggettivamente positive, nella quale alcuni già si muovono e a cui molti altri tendono. L’architettura, di cui tutti hanno una cognizione diretta, se non altro perché la abitano, può essere una delle manifestazioni più compiute della democrazia. Ma che forma può assumere, in questa nuova dimensione, il complesso tema della qualità dell’architettura, anche se tradotto nella più immediata questione della sua venustas?


Nous nous servons du concept  de venustas tel qu’il a été énoncé par Vitruve pour raisonner autours de la question de la “beauté” en architecture et des relations de l’architecture avec la civilisation contemporaine, question qui se résume – de par la synthèse qui est nécessaire à la formulation d’un titre - en un terme économique, marché, et en un terme politique, démocratie.   De même que pour maints autres produits de la civilisation contemporaine, on demande souvent à l’architecture d’être uniquement “belle” : mais belle comment, et surtout pour qui ? Quel rapport y a-t-il entre cette “beauté” et la qualité de l’architecture ? Et qui peut aujourd’hui légitimer, ou même uniquement suggérer, les canons, sans doutes pluriels, de cette “beauté” ? La contamination par le marché peut être aujourd’hui dangereuse pour un “produit” qui présente encore une résistance singulière à se transformer en “marchandise” globalisée et qui a été, peut-être même de ce fait, mis en marge du système économique contemporain.
De toute façon, plutôt que à la production commune, le marché semble s’intéresser à la production émergente. Le marché regarde à l’architecture comme à un “évènement”, il regarde à l’architecture du “merveilleux” capable de mettre en marche une économie qui peut atteindre la grande échelle. L’architecture liée à l’architecte artiste, partie intégrante du star-système et qui recherche plutôt un public que des usagers.
Mais est-il possible d’imaginer que le marché, en partant aussi du thème de la venustas, assume un rôle d’interlocuteur utile à la construction d’une idée d’architecture commune, d’une architecture de la démocratie ?Enfin il y a la démocratie: il ne s’agit pas d’un sujet, mais d’une condition, parmi les rares qui soient “objectivement” positives, à l’intérieur de laquelle certains se positionnent déjà et à laquelle beaucoup d’autres tendent. Au service de la démocratie il y a le “réseau”, la nouvelle forme de communication qui permet à tout le monde d’exprimer (sinon de se construire) une propre opinion. L’architecture, dont n’importe qui a une connaissance directe, rien que par le fait de l’habiter, est peut-être une des manifestations les plus accomplies de la démocratie. Mais quelle forme peut alors revêtir le thème complexe de la qualité de l’architecture dans le cadre de cette nouvelle dimension, même si il se traduit par la question plus immédiate de la venustas de l’architecture ?

 

Commenti (21)

spazio urbano e democrazia
Le trasformazioni che riguardano la città e il paesaggio sono difficilmente oggetto di partecipazione democratica da parte delle comunità interessate, quando si esce dalla definizione dei contenuti funzionali e si considerano gli aspetti di formalizzazione degli spazi urbani e dello spazio pubblico, nel senso di incarnarvi lo spirito e i principi delle comunità. Nella pratica esistono degli strumenti, ma soprattutto emerge nelle nostre procedure di trasformazione una latenza, un vuoto fra i piani urbanistici anche di dettaglio (come i piani particolareggiati) e il progetto d’architettura. Si vede la carenza di uno strumento che raccordi il momento pianificatorio a quello progettuale, che funzioni un po’ come funzionava il vecchio piano ottocentesco, che oltre a fissare ambiti, funzioni e strategie, fissava anche tracciati, limiti dello spazio pubblico, allineamenti, punti di ingresso, elementi nodali o spazi nodali, spesso provvedendo a progettarli più nei dettagli, spingendosi anche fino ai caratteri dei fronti prospicienti lo spazio pubblico. E la città ottocentesca è ancora una bella città, che rappresentava pienamente la sua civiltà. E’ oggi urgente ritrovare un metodo di concezione progettuale, di condivisione democratica e di gestione del progetto dello spazio pubblico, di ciò che si trova in mezzo ai singoli volumi edilizi o tra gli spazi naturalistici, che è l’insieme dei luoghi della città, ma spesso la componente più negletta, perché priva di un valore economico diretto; lo spazio pubblico è in realtà il luogo che incarna i nostri significati, i nostri principi e in definitiva rappresenta le nostre responsabilità verso le generazioni future, ciò che noi lasceremo del nostro passaggio sulla terra.
Tuttavia, alcuni programmi digitali di modellazione tridimensionale e una rinnovata disciplina del progetto urbano consentono oggi la gestione del processo di concezione, controllo e sviluppo dello spazio pubblico e quindi consentono anche una gestione democratica di questi processi di invenzione e realizzazione dello spazio pubblico. Occorre approfondire tali conoscenze e pratiche, occorre trovar loro una collocazione nell’urbanistica, occorre cambiare le normative esistenti, ricercando un raccordo fra piano e progetto, che sia imperniato sulla cura dello spazio pubblico, occorre ristabilire anche legalmente il primato dello spazio urbano e paesaggistico come valore civico artistico condiviso e occorre destinare risorse e fissare delle procedure urbanistico-amministrative adeguate per la concezione dello spazio pubblico e il suo sviluppo nella gestione dell’interfaccia con la realizzazione dei singoli interventi pubblici e privati. Questi programmi e queste pratiche dell'architettura costituiscono uno strumento tecnico prezioso di supporto alle decisioni democratiche delle comunità. Potrebbero essere un contributo alla venustas.
Fabrizio Rossi Prodi , 13 maggio, 2009 | url
Cambiamenti
Nell’ultimo decennio del XX secolo siamo passati dai dubbi sulla città al dubbio sul progetto. È la demolizione di uno dei principi forti della modernità: la certezza e la forza del cambiamento. Questo non ha significato smentire il ruolo del progetto di architettura, ma spogliarlo di quei contenuti eroici che lo avevano da una parte caricato di valore tecnico e scientifico, dall’altra responsabilizzato sul piano sociale e politico. Soprattutto si annulla quella sequenza continua di scala (dalla città al cucchiaio) che era stata la caratteristica del cosiddetto “progetto forte”. Insieme al dubbio sul progetto sopravviene l’ambiguità della costruzione: l’architettura ha visto sovrapporsi una maschera alla sua sostanza strutturale e tettonica, ha perso la sua ragione ontologica, ha ridotto il significato civile per trasformarsi in immagine. Questa immagine naviga più facilmente nei canali della comunicazione e dell’informazione, perdendo la sua materialità.

Si pensa che l’architettura possa essere intesa come espressione artistica spogliandola delle sue sue ragioni scientifiche: dal progetto, come previsione completa e razionale di un evento, si passa alla creatività, come capacità di comporre forme, nello stesso tempo in cui cadono le tautologiche certezze delle categorie vitruviane: potremo dire che la funzionalità cede al superfluo, la bellezza alla originalità, e la solidità allo spettacolare. Su tutto domina la tecnologia digitale, che rende l’edificio non solo “rappresentato”, ma “visibile” nella sua concretezza quando ancora inesistente, e lo presenta misterioso, enigmatico, poliformico ed atopico. La tecnologia come strumento della invenzione artistica aumenta la distanza tra l’opera di architettura e i suoi fruitori reali, ma paradossalmente la rende patrimonio popolare e più affascinante. Il vecchio artificioso e accademico dualismo tra “progettazione” e “composizione” diventa distinzione reale, e la seconda sembra oscurare la prima. Si teorizza la fine della regola, sia tecnica che formale, la non descrivibilità dell’opera, la libertà dell’arbitrio, che trova un limite solo nella ricerca del consenso. È la fine della scrittura e della narrazione, e il successo della gestualità e della visibilità: più estetica che etica.

Certo, una architettura dovrà essere anche bella, utile e ben fatta, ma secondo quali parametri? La categoria del bello appartiene solo alla visione? L’utilità solo alla necessità? La costruzione solo alla materialità? Il circolo virtuoso dei tre fondamenti vitruviani è messo in dubbio perché non esiste più equilibrio tra fattori che hanno acquistato significati nuovi. Siamo sicuri che lo “stupore” che incute il Guggenheim di Gehry sia anche bellezza, o che l’ “emozione” che suscita il Museo ebraico di Libeskind sia anche funzionalità, oppure che il “bricolage” con il quale si presenta il Centro Congressi di Euralille di Koohlaas sia anche buona costruzione? Cambia anche il rapporto spazio-tempo. L’architettura oggi sembra non essere più “insediamento”, inteso propriamente come modificazione stabile della città o del paesaggio, ma “trasformazione”, intesa come processo aperto. La percezione del tempo nella architettura contemporanea non è nella capacità del manufatto di incarnare e rappresentare la “presenza del passato”, ovvero la memoria del luogo, della città, del paesaggio, bensì quella di prefigurare una “presenza del futuro”, ovvero una attesa di eventi per quel luogo, quella città, quel paesaggio.
Umberto Cao , 20 aprile, 2009 | url
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architecture – beauté – démocratie
quand ces 3 éléments ont-ils vraiment été regroupés en un tout historiquement parlant?
depuis deux siècles ?
l’histoire montre qu’il en a été autrement durant des millénaires et que ces 3 éléments n’ont été rassemblés que depuis un peu plus de 200 ans et encore pas partout !
dans la majorité des pays européens, en Amérique du Nord, en Australie, en Indes, au Japon, oui par contre, dans de très nombreuses régions du monde, cette trilogie n’existe pas et n’a jamais existé !
Rares sont les architectes qui prennent clairement position à ce propos. (Qui ne rêve pas d’avoir un client riche !) Par exemple : le Palace of Peace and Reconciliation que Foster a réalisé à Astana au Kazakhstan est-il pour une société démocratique ?

Ne soyons pas hypocrites, notre éducation de l’histoire de l’architecture, nos références sont basées sur des réalisations exemplatives constituées surtout de bâtiments exceptionnels pour des puissants : les Borgia, Médicis, rois de France, etc… où la démocratie n’a jamais existé !
la bonne architecture a rarement été produite en démocratie… mais ceci est un sujet dont on aime pas trop parler ! et puis c’est politiquement incorrect !

à mon sens, seule l’architecture vernaculaire regroupe, dans de nombreux pays d'Europe, ces 3 notions d’architecture, de beauté et de démocratie. Les tentatives actuelles d’architecture participatives peuvent se ranger également à leurs côtés.

Enfin, petite information : dans notre école, les termes donnés par Vitruve :
firmitas (solidité), utilitas (fonctionnalité) et venustas (beauté) demeurent valables et continuent à servir de référence pour définir l’architecture.
Marc Crunelle , 16 aprile, 2009
Matayotes-vanitas/beauty
In some way I agree to the idea that beauty is combat and conquest, that beauty is somehow a subjective concept, that it is a right. But for an architect, it is much more than that - it is a duty and a must, his biggest accomplisment and aim. So we should not leave it in unknown hands - be them those of the market, our clients or whomever's. All of these-with help from many others-decide what things should be like (rather than look like, because beauty not just affects the external projection of the object, but the whole). And they do so despite the architect's opinion, or may be even with his consent! And the question is, WHY? Because of their 'vanitas' - they want to, they need to show off to think their investment is proffitable enough, and that they will get-they think-only when the world links them directly with their spectacular-rather-than-beautiful building. But that is not beauty at all, and neither the architects nor their clients think it is. Once again, there we have the 'Bilbao effect'. But we would be the fools if we thought for a minute that Ghery ever thought his building was 'beautiful', and far less the Vasc Government!! The building is striking, and that is what was meant it to be. As William JR Curtis says, it is just 'fast track' architecture which is something very different from what is being here discussed. The real fact is, not only do we all have aour own idea of beauty, democratically achieved, on which we stand, but we also want others to see it as the true one. We belong in a world where it is the 'beauty of the abject' that prevails. Never before was there such willing for blood and guts, for the explicit and the ugly and the counterfeit. Or would our elders have ever dreamt of a huge pennis presiding Barcelona's skyline? It seems we are alone in the desert, predicating beauty to a deaf audience, or perhaps it is the market that has snatched the interpreters!
CO10PI , 03 aprile, 2009
venustas e democrazia
Non vedo le due cose tra loro interdipendenti. Mi sembrano decisamente staccate e,probabilmente, in universi di senso diversi e, molto spesso, incomunicanti. La bellezza è, per principio, assoluta e assolutizzante. Tende ad annichilire ciò che non si adatta ad essa, lo caccia via come "brutto", "graziato", "insulso" addirittura. La bellezza è, per questo, assolutista e irrazionale. Sto pensando alla struggente bellezza di "Morte a Venezia", al concetto inseguito da Visconti, all'ossessione che rappresenta, fino alla fine, alla perdita della vita. La bellezza del ragazzo sulla spiaggia mentre il vecchio professore sta morendo e il trucco, la tintura dei capelli gli imbratta, disciolta nel sudore della morte imminente, il viso, trasformandolo in una patetica, commovente maschera di goffa bruttezza
La bellezza è spessissimo crudele.
La democrazia: bisognerebbe decidersi intorno al suo reale significato e se mai sia esistita. O se sia, anch'essa, un'idea astratta, un luogo lontano dal mondo concreto degli uomini che tutto praticano tranne, rigorosamente,la democrazia.
Il potere di tutti è un'illusione. Si tratterebbe, piuttosto, della parodia della libertà, della perdita assoluta di identità.
In tutto questo, dov'è l'architettura?
Io trovo che le opere più belle di architettura,. nel corso della storia, siano state costruite per la soddisfazione dei potenti e loro diletto, contro la fame delle masse e la loro disperata vuotezza esistenziale.
Dunque i due concetti sono antitetici. Allora come architetti ci ostiniamo a creare luoghi dell'immaginario nei quali i concetti antitetici - speriamo con tutte le nostre forze - si possano incontrare, coniugare assieme?
Non ci credo. Ma aspetto fiducioso che qualcuno,prima o poi, mi indichi la via.
giacomo ricci , 02 aprile, 2009 | url
architetto
« Ciò che è bello, sia una “figura” sia ogni altra cosa costituita di parti, deve avere non soltanto queste parti ordinate al loro posto, ma anche una
grandezza che non sia casuale; il bello, infatti, sta nella grandezza (misura) e nell’ordinata disposizione delle parti(…)»
Aristotele, La Poetica, 451b.
Mi pare che l'architettura che oggi si produce, oltre alla sua riduzione ad "idola", sia per se stessa "non-bella" (impedendo la possibilità stessa di una sua analisi in parti commensurabili) ma sia di contro programmaticamente, sine ulla misura, piacente, accattivante, vendibile, aggressiva e "consumabile". La sua presunta "democraticità" sta proprio in questa riduzione a merce che tutti possono comprare ma che in realtà cela la rinuncia a essere una possibile chiave interpretativa e critica per capire il mondo. I 4 termini selezionati per EURAU'10 messi in sequenza rischiano, credo, di essere confondenti o troppo sovrapponibili, a meno di non accettarli, invece, come coppie oppositive: architettura vs mercato/ venustas vs democrazia, dove nell'ultima la vera veustas è negata ad una collettività consapevole...
Saluti/Renato Capozzi
Renato Capozzi , 29 marzo, 2009
Travestimento e trasfigurazione
Riprendo il post di luca molinari, l’idea che la bellezza sia sempre un contenuto soggettivo di cui non possiamo fare a meno. Sono d’accordo e penso che perfino l’arbitrio possieda una propria struttura. Ma ciò a cui assistiamo oggi non sempre è il regno del soggettivo. È piuttosto l’idea dell’architettura come di un immenso edificio che crolla dopo aver lusingato se stesso.
È la differenza che vi è tra il travestimento e la trasfigurazione. Tra l’idea di una bellezza negata, perché sostituita continuamente da immagini sempre più affascinanti, e l’idea di una seduzione cui la bellezza sempre allude. Perché se il travestimento è nel gioco di sostituzioni (annullare gli occhi con occhi più belli, annullare le labbra con labbra più belle), la trasfigurazione è nel gioco sottile della seduzione, di un volto che si trasforma in un altro, nell’immagine, come scrive Baudrillard, di una donna che si guarda davanti a uno specchio.
Così io credo che la soggettività, se non è fine a se stessa, a un gioco di semplice travestimento, sia qualcosa che non abbandona mai l’opera, come una seconda natura che l’accompagna in un regno di sfide e di costruzione di analogie a distanza, dove il simulacro è destinato a crollare, per far spazio all’immagine di una bellezza perduta e ritrovata mille volte lungo il cammino.
carmine piscopo , 28 marzo, 2009
Architetto, Dirigente di ricerca CNR, Docente di Gestione del territorio Università Tor Vergata
Buongiorno a tutti, Vi propongo il mio spunto di riflessione: la bellezza che deriva dalla diversità e dalla varietà culturale delle comunità urbane contemporanee. Si tratta di una ricchezza semantica, di forme e di spazi, ... potenziale. La sfida per noi architetti è comprendere le diverse identità culturali, interpretarle e rappresentarle nelle architetture delle città multiculturali e interculturali. Questa può essere l'alternativa all'appiattimento omologante della presunta bellezza delle archistars. De-globalizzazione vs. globalizzazione nel linguaggio dell'architettura, nella ricerca della venustas.
Massimo Clemente , 25 marzo, 2009
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Se forse qualche volta provassimo a non collegare mercato-economia-globalizzazione (finanziaria e culturale) e a guardare quelle forme con cui spesso, soprattutto negli spazi pubblici, ecomomia (locale), democratizzazione negli usi e nelle pratiche fanno di un luogo, architettonicamente progettato, un posto piacevole, comodo, "gradevole" ... insomma bello.
Ilaria Vitellio , 24 marzo, 2009
venustas = bellezza?
Capisco che risulti quasi automatico tradurre venustas con bellezza, ma non sono proprio sicura che sia del tutto giusto, anche se i ricordi di latino diventano di anno in anno sempre più sfumati.
Mi verrebbe di dire che funziona meglio grazia.

Poi c'è la questione della virgola, posta da Colomba. E qui forse la virgola potrebbe semplicemente significare che si prova a discutere che relazione c'è (e in che è problematica) tra questa bellezza/grazia e le altre tre cose.

Infine - ma deve essere che ormai mi riesce davvero difficile ragionare da architetto - forse preferisco parlare di architetture, al plurale. Anche per marcare un definitivo abbandono dell'idea che esista una Architettura (con la A grande), o addirittura "la" Architettura.

Messa così, o in altri modi, poi si tratta ancora di capire come strutturare il tema. Come si fa a discutere del rapporto fra domanda (e/o offerta) di venustas e ragioni (spesso in conflitto) delle architetture, del mercato e della democrazia.

Forse, ma è solo una ipotesi, una chiave potrebbe essere un ragionamento sui differenti caratteri (culture? immaginari?) del pubblico delle architetture (pensando soprattutto a democrazia) e degli attori che entrano nella produzione di architetture (pensando soprattutto a mercato).
La butto lì, ma anche per me è ancora una idea vaga.
daniela , 24 marzo, 2009 | url
bellezza e dubbi
ho l'impressione che si sovrappongano troppi contenuti creando confusione...
bellezza... un contenuto soggettivo, di cui non possiamo fare a meno, che dà identità forte alle opere che la interpretano in tutti i suoi ambiti... ma quando la bellezza diventa un valore condiviso? forse quando passa
luca molinari , 24 marzo, 2009 | url
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Il concetto di bellezza, con il suo relativismo, porta – gioco forza – a visioni e concezioni elitarie o comunque "di parte"
dell'architettura e, più in generale, della forma urbana.
E', piuttosto, il concetto di bontà, nel senso di buona qualità, che può essere assegnato all'architettura e alla forma urbana entro una visione democratica della città e dell'architettura all'interno di essa.
maria federica palestino [ Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ] , 24 marzo, 2009
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Trovo il Tema scelto interessante di per se ma, alla luce dell'attuale crisi in corso, con cui tutti noi dobbiamo fare i conti ed avviare una seria riflessione, lo trovo ancora più stimolante.
La Bellezza è stata in questi anni sicuramente sconfitta proprio da quel mostro che è l'economia virtuale che sta causando tutti gli sconquassi che vediamo.
L'edilizia venduta a metro quadrato, "gli immobili", dove non c'era spazio per la Qualità dell'architettura che non incideva più di tanto nelle contrattazioni; i grandi flussi immobiliari, locali o mondializzati, interessati solo alle "cubature", hanno sconvolto tutti i nostri valori, allontanandoci dal bello, producendo paesaggi inumani.
Salvo accorgerci, periodicamente, dagli effetti sulla nostra vita reale, la riduzione progressiva di Luoghi e paesaggi dove stare bene, che c'era qualcosa che non andava.
Il mostro era ed è l'economia virtuale e la dittatura del metro quadrato.

Forse, questa crisi, oltre a drammi sociali non ancora prevedibili, ci porterà anche la possibilità, la necessità, di un ripensamento sui veri Valori primari facendoci ripensare in primis al valore della Terra e del Suolo - che sono beni finiti, limitati, non riproducibili, - e poi della Bellezza, che è il risultato di una grande molteplicità e complessità di azioni che afferiscono al grado di civiltà del popolo e non solo di una o più menti geniali e sagge.
Ma la presenza o meno della Bellezza nella nostra vita ci da anche la percezione della Qualità della realtà in cui viviamo e, di riflesso, della Qualità della nostra vita.
Forse ora questi temi potranno tornare di moda.
francesco escalona , 23 marzo, 2009
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Avere scelto da parte vostra di legare venustas a democrazia può voler dire due sole cose:
-o è semplicemente uno slogan, privo di senso, una delle tante frasi ad effetto (scarso) usato in architettese per lanciare un evento o un progetto;
-oppure avete già una vostra idea in testa (come spero) magari duttile, magari pronta a ri-orientarsi se se ne trovano altre di migliori.
Partire dalla venustas, legata alla firmitas e alla utilitas, è comunque una prima scelta di campo su cui sarebbe sbagliato equivocare: c'è almeno il riconoscimento della superiorità di un canone classico che, con tutti i distinguo possibile, continua comunque ad essere riconosciuto, a livello popolare, come insuperato e allo stesso tempo mostra un'insoddisfazione di quanto oggi viene proposto (essendo l'esatto contrario delle triade vitruviana).
E' chiaro che c'è una crisi ma direi un rigetto, nel mercato, nella critica, nei media e nelle tendenze dell'architettura della venustas. C'è in realtà il riconoscimento che ogni cosa è bella perchè è bella, come è scritto anche nell'intervista sul Corriere.
Io credo che, in assenza di canoni precisi condivisi (nel qual caso tirare fuori la democrazia sarebbe inutile perché essa sarebbe presente già nell'atto della "condivisione" stessa) voi non possiate che affermare che il modo per dare sostanza alla venustas sia quello di legarla, in maniera concreta e non formale, alla democrazia, cioè lasciare che a decidere, a scegliere sia la polis, cioè i cittadini.
Come è possibile questo in una società complessa e articolata come la nostra che, tra l'altro, richiede, in specie nel nostro anarchico paese, momenti decisionali brevi? Non saprei dire come ciò possa avvenire a livello generalizzato ma so come potrebbe avvenire a livello delle opere di carattere pubblico, quelle scelte per concorso: con il giudizio popolare.
Si tratta cioè di sottrarre dalle mani dei soli "esperti" la scelta di opere, piccole e/o grandi, che in realtà appartengono a tutti i cittadini e non a tre persone o ad un gruppo di architetti. Si tratta di tornare a riconoscere il valore civile dell'architettura sottraendola appunto alla platonica tirannia dei "filosofi", cioè dei "migliori", cioè dell'esatto contrario della democrazia.
La democrazia richiede responsabilità e potere diffuso, tanto più nella costruzione della città, che è gesto collettivo, somma di gesti individuali.
Venustas, utilitas e firmitas, persa la loro accezione originaria (cioè canoni accettati da una società) ritornano nelle mani di tutti coloro che abitano la città e gli edifici e che hanno il diritto di esprimersi non delegando a tre, cinque architetti scelte che coinvolgono tutti.
I concorsi d'architettura sono uno dei casi più sconcertanti di mancanza di democrazia formale e reale per il fatto che decidere le sorti della città è come decidere le sorti di una società e una società democratica viene governata tramite il voto.
Via dunque a concorsi con doppia giuria, di esperti prima e di cittadini poi, al pari di altri paesi (Olanda, Svizzera): quelle scelte potranno non piacere agli architetti ma costituirebbero comunque il canone condiviso di Venustas.
Pietro
Pietro Pagliardini , 21 marzo, 2009 | url
la beauté est un combat et une conquête
Il est, bien entendu, confortable d'adopter, en ce qui concerne la question de la beauté, une position relativiste et apparemment démocratique : à chacun sa vérité et il faut laisser chacun libre de constituer son propre système de valeurs. Le philosophe français Louis Althusser disait qu'il n'y a pas, dans le champ de l'idéologie, de propositions vraies mais seulement des propositions justes, c'est à dire appréciées au regard de leur effet, dans une perspective historique. Est-ce une valeur démocratique de rester indifférent à la culture de masse qui privilégie le divertissement, l'évasion, la facilité, la répétition et en fin de compte la passivité. La beauté est un combat, un combat personnel par l'effort que demande sa reconnaissance et ensuite sa jouissance, un combat collectif pour élargir les horizons de l'humanité, l'efficacité des coopérations, l'entente entre les hommes, la mise en cohérence permanente des divers aspects de la civilisation. L'architecture , comme les autres aspects des activités humaines, a besoin de professionnels qui, mieux que les utilisateurs, détiennent des critères utiles, d'avant-gardes qui ouvrent des perspectives nouvelles, de moyens de diffusion des informations, des connaissance, de la vitalité des débats. La beauté (comme la santé, l'éducation, la gastronomie, le cinéma ...) n'est pas donnée, constatée, elle se conquière, se protège, se diffuse, évolue et se conserve.
Claude Prelorenzo , 20 marzo, 2009
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QUINDI LA BELLEZZA E' NELL'OCCHIO DI CHI GUARDA, E COSI' LA DEMOCRATIA DETTA LEGGE.....
colomba sapio , 20 marzo, 2009
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L’ argomento è intrigante, ma nello stesso tempo apre ad un dibattito che rischia di rimanere un gioco accademico e fine a se stesso. Il concetto di bellezza è un po’ come il “labirinto”, il sogno ancestrale dell’ uomo, dal quale non si esce se non alla fine! Al culmine della bellezza o all’esaurirsi della materia, non ci è dato di sapere.
Non partirei, quindi, dalla bellezza, ma cercherei di individuare un percorso – o meglio una tendenza – nel tentativo di raggiungerla, ben sapendo che ciò non è possibile. La perfezione porta alla staticità, mentre la mediocrità è dinamica nel suo costante superare se stessa.
In via preliminare va stabilito che l’ architettura è spazio nel senso di uno strumento per leggere ed interpretare lo “spazio”, che, di fatto, esiste prima dell’ architettura stessa. In questa accezione l’architettura non può che essere ecosostenibile, deve ciò inserirsi nell’ ambiente, rispettarlo e valorizzarlo, sia esso costruito o non.Questa è sicuramente la prima caratteristica.
Che l’ architettura sia un prodotto della civiltà contemporanea e quindi sottoposta alle leggi della globalizzazione, mi sa che sia inevitabile. Tuttavia occorre rilevare che l’architettura – intesa come unità non separabile dal contesto - è un “prodotto” complesso, per cui si può e si deve distinguere tra componenti dell’ architettura e prodotto finito. Le componenti possono pure essere contaminati dalla globalizzazione, purché il “prodotto finito” contrasti la “città globale” nel suo tentativo di distruggere la città storica. E qui un’ altra caratteristica: l’architettura come “sogno futuro” della memoria. Ma senza fare delle città musei a cielo aperto !
L’ architettura della democrazia è una utopia. Forse potremmo esplorare le strade per una “democrazia urbana” secondo una tesi espressa di recente da Raffaele Sirica, presidente Consiglio Nazionale degli Architetti. E qui veniamo al punto più importante: l’architettura non è il delirio degli architetti, ma uno spazio dove, a prescindere dalla funzione, ci si vive per un determinato periodo di tempo, dove si compiono azioni e si provano emozioni. L’ architettura, quindi, non è di qualcuno, ma è per qualcuno.
E la città è architettura. Questa è la terza ed ultima della caratteristiche.

Per cui riassumendo se: l’ architettura è in sintonia con il contesto i cui si inserisce, al pari di un accordo in una sinfonia, se l’architettura riesce a diventare baluardo della memoria per il futuro, se l’architettura è pensata e realizzata per chi ne fruisce, dobbiamo fare architettura di buona qualità ed a costi contenuti, ponendo attenzione in particolare per le abitazioni, delle soglie economiche di acceso, allora l’ architettura è bella. Se poi piaccia o meno, non rileva !
Enrico Martinelli , 20 marzo, 2009
Una proposta di discussione
Complimenti! Il tema è "bellissimo" e se coniugato con intelligenza e coraggio può rappresentare un confronto importante di cui ha bisogno la cultura architettonica. Mi permetto di sottoporvi alcune questioni che ritengo sarebbe interessante esplorare (perdonate la lunghezza così come la estrema schematicità dei concetti). Non sono certo il giovane ricercatore che cercate ma, se foste interessati, sarei lieto di contribuire al vostro lavoro che ritengo pertinente e dirimente in questi tempi opachi.
Il centro della riflessione è il rapporto tra memoria e modernità nella città (cultura)contemporanea. Sino a quando ha retto il nesso tra avanguardia e professione, che trasferiva l’impegno della ricerca nella pratica del mestiere, l’architetto ha preservato il valore progressivo del suo fare, esprimendo senso di responsabilità e capacità di mediazione tra le componenti in campo. Aldo Rossi ci ha insegnato che le trasformazioni urbane avevano bisogno dell’apporto di più discipline per conseguirne una conoscenza meticolosa, colta, trasversale e democratica. La costruzione del progetto non poteva prescindere dalla specificità, dall’”anima” dei luoghi. Città e territori contemporanei stanno subendo un inarrestabile processo di omologazione, indotto dai meccanismi economici e finanziari della globalizzazione dei mercati, che annichilisce le identità dei luoghi legate alla memoria delle comunità. Se la memoria collettiva è un’inesausta opera di revisione che rimette in discussione la consapevolezza di sé nel tempo contemporaneo, se, con K. Kraus, “una volta la Vienna antica è stata moderna”, la memoria collettiva è parte essenziale della modernità. Ogni progetto dovrebbe esprimere la conoscenza selettiva del luogo innervando nuove relazioni urbane, offrendosi in tal modo alla possibilità della modernità. Quella che oggi si spaccia per tale sono solo contemporanei e caduchi baluginii narcisistici.
E’ indispensabile, infine, recuperare un’etica disciplinare, ancorché sociale e politica, per affrontare i grandi temi della modernizzazione ecologica, per riportare la cultura architettonica alle sue responsabilità, per innestare le nuove conoscenze scientifiche e le nuove tecnologie sull’opera di rinnovamento teorico e linguistico dell’A. La quale deve essere capace di affrontare le questioni epocali della penuria delle fonti energetiche non rinnovabili, dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, dell’indiscriminato consumo di suolo permeabile, coniugandole in azioni volte a realizzare edifici e città più accoglienti per una migliore qualità della vita dei cittadini, esprimendo al contempo la specificità dei luoghi nel mondo globale delle diversità locali. La bellezza sarà il risultato delle risposte adeguate alle domande, ai luoghi, ai cittadini.
Cordialissimi saluti, Maurizio Conte
Maurizio Conte , 20 marzo, 2009
venustas etc
Venustas, architettura / mercato / democrazia.
per come è scritto, la separazione della sola virgola del termine venustas da quello di architettura, e non dalla barra SPAZIATRICE dei successivi mercato e democrazia, mi fa credere che la venustas e l'architettura siano in qualche modo collegati, correlati.
non è purtroppo corrispondente alla realtà in una sociretà in cui, sempre più spesso si scambia il ruolo con la ragione, la verità.
nel mercato globale dello star system, dell'architettura nel ns. caso, si è spesso votati a garantire le nostre scelte con un nome, come per suffragarle ed affrancarle da qualsiasi commento. e, purtroppo i commenti sono sempre più rari. NO COMMENT non sembra sufficiente se poi, come ora, stiamo parlando di mercato e democrazia due termini contrapposti.
il mercato dell'architettura si è ormai adeguato al mercato dell'edilizia, ma non, ahinoi, allo scopo sociale che essa ha e deve avere. deve essre l'edilizia a piegarsi all'ARCHITETTURA. e non per nomi, ma per cultura.
ce la faranno i ns, eroi?

un saluto

colomba sapio
colomba sapio , 20 marzo, 2009
...
Da urbanista, interpreto un po’ i termini del tema.
‘Venustas’ mi sembra includere una gamma vasta di valori, dalla qualità paesaggistica, alla vivibilità degli ambienti urbani, alla integrità e salubrità del contesto ecologico, alla specifica ricchezza e complessità morfologica degli spazi architettonici “esterni” ed “interni”.
Credo che ‘mercato’ raggruppi l’insieme complesso delle relazioni economico-sociali connesse con i processi di produzione ed accumulazione di ricchezza basati sull’iniziativa imprenditiva privata e sul principio di libera concorrenza.
Sono convinto che ‘democrazia’, negli esiti attuali dei processi storici messi in moto dai principi settecenteschi di libertà, eguaglianza e solidarietà, faccia riferimento alle procedure che ricerchino incessantemente nelle decisioni e nella gestione le soluzioni migliori per garantire ai cittadini il godimento dei diritti personali e di quelli collettivi.
Le relazioni interattive fra i tre insiemi – storicamente di volta in volta ricomposte secondo specifiche situazioni temporanee di equilibrio – sono negli ultimi tempi in forte tensione.
Penso che le attuali interpretazioni prevalenti rischino in concreto di rompere ogni equilibrio assolutizzando il mercato ed esasperandone le logiche secondo una ideologia che tratta (soltanto) come merce qualunque bene materiale o immateriale possa rispondere ad un bisogno o a un desiderio. In tale contesto, infatti, mi sembra che l’architettura rischi di ridursi a poco più che veicolo pubblicitario del marketing urbano come meccanismo di incremento delle rendite e che dalle istituzioni democratiche si richiedano, in nome della “libertà”, soltanto fluidi meccanismi per semplificare l’incontrollato dispiegarsi di qualunque iniziativa individuale.
Per tali motivi mi piace molto il tema scelto, e mi sento sollecitato a tentar di contribuire con più estese e articolate riflessioni “urbanistiche”, se si ritenga che possano risultare utili per l’iniziativa.

Alessandro Dal Piaz
Alessandro Dal Piaz , 19 marzo, 2009
piccolo suggerimento
io so di che si tratta, poi penserò anche a qualcosa nel merito.
Ora però vorrei dare un consiglio (non richiesto) da blogger. O due.
1. Forse serve un post in cui si spiega in due righe a che serve questo blog. In modo più "pratico" di quel che è possibile evincere leggendo il testo qui sopra
2. stringere la larghezza di questa pagina (inventatevi una colonna laterale, e magari spostate di lato le traduzioni dei post) perché le righe così lunghe fanno passare la voglia di anche solo di LEGGERE il post...

alla prossima
;)

ps. il kapcha (giochino antispam qui sotto) è proprio indispensabile?
daniela , 19 marzo, 2009 | url

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