Il Tema di EURAU' 10

La volontà di costruire in maniera “comunitaria” il congresso del 2010, nello spazio europeo della istruzione, della ricerca, della cultura architettonica, ha guidato la scelta del tema. Prendiamo a prestito il concetto vitruviano di venustas per ragionare intorno alla questione della “bellezza” in architettura e alle relazioni dell’architettura con la civiltà contemporanea, condensata - con la indispensabile sintesi necessaria alla costruzione di un titolo - in un termine economico, mercato, e in un termine politico, democrazia.

 

 Vitruvio, nel I secolo avanti Cristo, ha scritto un libro – un trattato in 10 libri – con cui la cultura architettonica ha dovuto fare i conti per i 2000 anni successivi. La sua idea che l’architettura fosse il prodotto sintetico di una triade, fosse fatta cioè di firmitas (stabilità), utilitas (funzionalità) e venustas (bellezza), è stata il fondamento del pensiero occidentale sull’architettura, anche se alcune delle manifestazioni concrete di quella cultura hanno negato di fatto la consistenza di quel fondamento.

 

 

La cultura architettonica degli ultimi decenni ha messo in discussione Vitruvio, considerando ormai superati i termini della sua triade e soprattutto ritenendo scardinati i loro reciproci legami. L’idea di “contenitore”, ma anche la difficoltà di costruire una rappresentazione condivisa della funzione sociale dell’architettura, alleggerisce il ruolo dell’utilitas; l’indifferenza nei confronti delle scelte tecnico-strutturali, ma anche il venir meno dell’idea di stabilità e di durata, rende retorico quello della firmitas; la crisi dell’idea di “stile”, ma ancor più l’avvento della civiltà dell’immagine, mette in discussione l’idea di una venustas interna alla materia dell’architettura, di una “bellezza” ancora intimamente legata all’idea di costruzione e di uso.
Ammesso che questo processo si sia consumato, è ancora possibile parlare di architettura per quei “prodotti” che affidano alla sola immagine il loro valore formale e sociale?

 

Sciolti i legami che la stringevano alla concretezza di questa materia, con i suoi pesi e i suoi equilibri, e all’idea di uno spazio architettonico differenziato in funzione di usi individuali, collettivi, pubblici, la venustas torna a porre comunque l’architettura in un campo aperto e affollato.
Come a tanti altri prodotti della civiltà contemporanea, anche all’architettura si chiede spesso solo di essere in qualche modo “bella”: ma bella come, e soprattutto per chi? Che rapporto c’è tra questa “bellezza” e  la qualità dell’architettura? E chi può oggi legittimare o anche solo suggerire i canoni, certamente plurali, di questa “bellezza”?

 

La contaminazione con il mercato può essere pericolosa per un “prodotto” che presenta ancora una singolare resistenza a trasformarsi in “merce” globalizzata e che, forse anche per questo, è spesso messo ai margini dal sistema economico contemporaneo. Del resto, più che alla produzione diffusa, il mercato sembra interessato alla produzione emergente. Guarda all’architettura come “evento”, all’architettura della “meraviglia” che riesce a muovere un’economia anche di larga scala. Quella che si affida all’architetto-artista, ormai parte integrante dello star-system e che va alla ricerca di un “pubblico” più che di concreti users.  Ma è possibile immaginare che il mercato, anche a partire dal tema della venustas, assuma un ruolo di utile interlocutore nella costruzione di un’idea di architettura diffusa, di un’architettura della democrazia?

 

 E poi c’è la democrazia, appunto: non un soggetto, ma una condizione, tra le poche “oggettivamente” positive, nella quale alcuni già si muovono e a cui molti altri tendono. E a servizio della democrazia c’è la “rete”, la nuova forma della comunicazione che consente a tutti di esprimere (se non di costruirsi) la propria opinione. L’architettura, di cui tutti hanno una cognizione diretta, se non altro perché la abitano, può essere una delle manifestazioni più compiute della democrazia. Ma che forma può assumere, in questa nuova dimensione, il complesso tema della qualità dell’architettura, anche se tradotto nella più immediata questione della sua venustas?

 
 
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